E’ il “cloud” un’autentica rivoluzione? – parte 2-5

Il “cloud” è un fenomeno nascente ed ancora in forte accelerazione. La società di ricerca Gartner ha stimato in 114 Miliardi di dollari il mercato dei servizi “cloud” per il 2014.

Ciò che distingue il cloud da un punto di vista industriale è anche il fatto che sia disponibile soprattutto “on Demand”. Questo è vero per le applicazioni, le piattaforme, le infrastrutture ed i servizi di sostegno.

Esattamente il contrario dei servizi informatici e di connettività che abbiamo conosciuto fin’ora; dai mainframe ai mini PC e la relazione “client-server”. Questi sono detti infatti “on Premises”.

I primi ad essere colpiti da questa rivoluzione sono gli sviluppatori di software. Prima è arrivato l’open source ed oggi il “cloud”. Oggi si può accedere allo stato dell’arte delle risorse ad una frazione del costo rispetto ad un modello tradizionale dove bisogna necessariamente acquisire le risorse in solido.

Il “cloud” quindi si è andato a declinare in “Private“, “Public” ed “Hybrid cloud”2. Queste declinazioni si stanno confermando come le scelte strategiche di dove andare a installare i propri sistemi. Il tutto è guidato prevalentemente da razionali economici prima che da razionali tecnici.

Pertanto, almeno dal punto di vista concettuale, esercire un’applicazione su un “cloud ibrido” piuttosto che su un “cloud privato” è un fattore esclusivamente di business (economico e legale) ed è determinato, oltre che dai costi, dalla velocità con la quale si riesce a fare “commissioning” e “decommissioning” delle risorse necessarie.

Tutto ciò solo grazie al fatto che dal punto di vista architetturale il mondo dell’IT ha iniziato a scrivere strati software gestibili via API3 nelle piattaforme Java (che è uno dei linguaggi software più comuni oggi) attivandoli e disattivandoli secondo i bisogni del momento (on-demand appunto).

In breve non solo posso accendere e spegnere macchine virtuali, ma anche accendere e spegnere componenti software allo stesso tempo. Questo tecnicismo ha implicazioni che vale la pena illustrare perché modifica in maniera sostanziare l’interazione uomo-macchina.

Il lavoro dell’uomo quindi per installare e configurare i sistemi su vasta scala è via via nettamente rimpiazzato da strumenti automatici. Fino a poco tempo fa, fare il “provisioning” (allestire e mettere a disposizione ecc.) di una macchina e di un “ambiente” (sistema operativo, software etc. ) voleva dire approvvigionare l’hardware, richiedere l’intervento sistemistico specializzato e pianificare il lavoro.

Insomma tempo, risorse e investimenti ingenti fonti di “lock-in” rispetto a determinati sistemi. Sul “cloud” oggi tutto è rimpiazzato da console grafiche e più in generale da automi in grado di costruire autonomamente gli spazi necessari.

Lo stesso vale per le piattaforme (application server e databases) e per il software. Qui la vera rivoluzione è data dalla possibilità di prendere diversi lavoratori, specializzarli su determinate competenze, metterli in relazione fra loro, rendendo le loro competenze complementari fra loro, e quindi determinare un unico ciclo di produzione, in cui i saperi dei singoli formino un patrimonio di conoscenza condiviso.

La differenza sostanziale rispetto al passato è che in questo contesto i “lavoratori” sono sia umani sia non umani.

 

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